La Prima Guerra Mondiale

I CHIMICI E IL FASCISMO

Nell’aprile del 1924, presso il Politecnico di Milano, si tenne il Convegno Nazionale di Chimica industriale.
Giuseppe Bruni, allievo di Ciamician, parlò ad una settimana esatta dalle elezioni vinte da Mussolini. L’argomento era: “La chimica nella preparazione e nella difesa nazionale”.
Il suo discorso iniziò con l’affermazione che la guerra era stata “una grande Università popolare all’aria aperta” che insegnava “che cosa potesse la Chimica”, per concludersi con una dedica alla “difesa della patria” delle “menti” dei chimici, che definiva “ferme e unite come le verghe del fascio per operare e per servire”.
Bruni ottenne presto un ruolo diretto negli organismi rappresentativi dello Stato fascista.
Mussolini mantenne la numerazione delle legislature dello statuto albertino, ma le elezioni nel 1929 non si svolsero secondo le regole dello Stato liberale: gli elettori furono chiamati ad esprimersi su una lista bloccata di 400 candidati, nominati dal Gran Consiglio del Fascismo (tra i quali lo stesso Bruni).
Nicola Parravano, chimico metallurgico ed allievo prediletto di Paternò, si fece portatore di una decisa concezione della scienza come “forza sociale” e dello “scienziato fascista” come “uomo di cultura, tecnico applicatore ed individuo etico e politico”.
Nel 1938, divenuto Presidente dell’Associazione Italiana di Chimica, Parravano organizzò a Roma il X Congresso Internazionale di Chimica, che si rivelò un vero trionfo per la comunità scientifica italiana e per il regime che lo aveva finanziato.
Nell’imponente scenario dato dalla nuova sede dell’Università intervennero 2500 scienziati, di cui 1600 stranieri, per affrontare il tema generale: “La chimica al servizio dell’uomo”, articolato in 11 sezioni che toccavano temi della vita scientifica, produttiva e civile.
Davanti al Re Imperatore, nel suo discorso inaugurale Parravano disse: “Tutti guardano a noi […] Scienza divina è la nostra”.
Un altro scienziato da prendere in considerazione indubbiamente Livio Cambi, allievo di Ciamician e di Angeli. Coetaneo di Parravano, ebbe un ruolo politico di grande rilievo nel 1939, quando venne nominato Rappresentante del Partito Nazionale Fascista nella Corporazione della siderurgia e metallurgia.
Cambi sentiva l’“Era nuova” in stretto collegamento con “l’impulso di rinnovamento della borghesia lombarda” (1927). La differenza più sostanziale di contenuto, rispetto a Parravano, è nell’accento messo da Cambi sui rapporti di produzione: dalle condizioni delle classi lavoratrici al bisogno di creare una concentrazione monopolistica per uno sviluppo tecnologico più avanzato.
Nel 1941, descriveva “il panorama della produzione metallurgica nel dominio dell’Asse” come la “potenza economica del sistema italo-germanico”.
Il ventennio fascista alimentò in modo considerevole la politica autarchica.
Levi, nel 1937, era il Direttore dell’Istituto di Chimica Industriale e della Sezione Combustibili, presso il Politecnico di Milano. Egli stesso garantiva: “prossimamente la Nazione sarà in grado di prodursi i 4/5 dei carburanti necessari al suo consumo attuale”.
L’8 giugno del 1938, durante un suo discorso al X Congresso Internazionale e Romano, Levi parlò dell’Italia fascista come di una nazione proletaria.

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