La Prima Guerra Mondiale

LA TRIPLICE ALLEANZA

La Triplice alleanza, durata dal 1882 fino al 1915, è un patto militare che l’Austria-Ungheria, la Germania e l’Italia firmarono il 20 maggio del 1882, a Vienna.

Di carattere puramente difensivo, tale accordo prevedeva il reciproco aiuto in caso di invasione esterna, con particolare riferimento alla Francia, di uno qualsiasi dei tre firmatari.

Per la Germania di Bismarck, l’alleanza rappresentò il completamento del sistema di alleanze antifrancese, dopo la lega dei tre imperatori, stipulata il 1873.

L’Italia, invece, colse l’occasione di uscire dal proprio isolamento internazionale, ulteriormente aggravato dal congresso di Berlino del 1878, e dal protettorato francese sulla Tunisia del 1881.

L’alleanza, seppure rinnovata più volte, fu minata alle basi specialmente dai frequenti contrasti tra l’Austria e l’Italia, legati a Trentino ed alla Venezia Giulia (le cosiddette terre irredente) ed, inoltre, all’espansionismo asburgico nei Balcani.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’Italia rivendicò il carattere difensivo dell’alleanza e decise quindi di non intervenire per poi, avvicinatasi all’Intesa con il Patto di Londra, denunciò ufficialmente la Triplice Alleanza il 3 maggio del 1915.

Il 1882, lo stesso anno della firma, fu un anno ricco di eventi basilari per la politica italiana. Pochi mesi dopo la firma della Triplice Alleanza, durante il mese di ottobre, la nuova riforma elettorale elevò la percentuale degli italiani aventi diritto di voto dal 2,2% al 6,9%. Allo stesso tempo, le riforme volute da Agostino Depretis, che dal 1876 era diventato Primo Ministro, procedevano rapidamente, consentendo che il potere giungesse nelle mani della cosiddetta Sinistra Storica, cosa che la Destra non colse certo di buon grado. Con il Trasformismo, inoltre, gran parte dei vecchi deputati si trasferì nello schieramento avversario.

Coppino, nel 1877, introdusse nelle scuole una serie di novità, mirate a fronteggiare la piaga dell’analfabetismo, fenomeno che coinvolgeva quasi il 70% dell’intera della popolazione.

Nel 1879 venne abolita la famosa tassa sul macinato. Nello stesso anno della riforma elettorale, fu inaugurata una nuova politica estera, le cui premesse potevano essere rintracciate nell’alleanza con la Prussia del 1866.

A complicare le relazioni con la Francia, sopraggiunse anche la questione della Tunisia, che da alcuni anni assorbiva il flusso di gran parte degli emigranti italiani, e verso cui il governo italiano aveva indirizzato le proprie ambizioni coloniali.

Mentre Roma diventava la capitale del nuovo regno, le simpatie diplomatiche si indirizzavano verso l’antico nemico germanico.

La firma del trattato della Triplice Alleanza, che avvenne dopo alcuni mesi di intense trattative condotte dal ministro degli esteri Pasquale Stanislao Mancini, dal segretario generale agli esteri Blanc e dall’ambasciatore a Vienna conte di Robilant, rappresentò una vera e propria svolta nella politica del regno.

Fino al 20 settembre del 1870, infatti, la politica estera della Destra Storica coinciddeva con il raggiungimento dell’unità nazionale ma, in seguito alla presa di Roma, la politica estera italiana era stata condotta all’insegna della prudenza, secondo un’ impostazione finalizzata a tutelare l’indipendenza nazionale.

La linea principale era quella dettata da Emilio Visconti Venosta. Egli riteneva che l’Italia avesse bisogno soprattutto della “sicurezza della pace” e di “far parlare poco di sé”, a causa delle lunghe agitazioni subite ai fini della ricostituzione delle sue forze economiche, sociali e politiche.

In seguito alla caduta del secondo impero francese, l’unica vincita che poteva dare sicurezza al governo era quella dell’avvicinamento agli imperi centrali.

Dopo il 1870, l’avvento al potere della Sinistra all’inizio non modificò la linea cautelativa e di contenimento dei moderati in politica estera, da una parte perché il mantenimento delle prerogative regie in politica estera e la permanenza dello stesso personale diplomatico favorirono tale continuità, dall’altra perché Cairoli e Depretis erano convinti che una politica libera da impegni e da legami internazionali avrebbe agevolato l’attività riformista interna.

Già a partire dall’inizio del suo governo, Depretis mostrò la volontà di attenersi alla precedente politica, basata soprattutto sulla prudenza e l’equilibrio. Ciononostante, la sua linea si scontrava con l’emergere dell’imperialismo e dei nazionalismi e, sul piano interno, anche con l’opposta tradizione di origine mazziniana, austrofobica ed irredentista.

Nel 1875-76, lo scoppio della crisi balcanica ed il conseguente riconoscimento da parte della Russia della facoltà dell’Austria di occupare la Bosnia e l’Erzegovina l’anno successivo, riaccese le speranze italiane circa il Trentino.

L’idea di questa politica basata sui compensi nei confronti dell’Austria era destinata ad essere per la linea maestra della politica estera italiana ma, tuttavia, era destinata al fallimento completo, a causa dell’assoluta intransigenza austriaca. La speranza di stringere con la Germania un’alleanza antiaustriaca fu subito esclusa da Bismarck.

L’Italia uscì dal consesso internazionale estremamente delusa, mentre la politica del Ministro degli Esteri Cairoli venne sarcasticamente definita delle “mani nette”.

L’incapacità dimostrata nel difendere i propri interessi suscitò all’interno del Paese un gran disordine.